Guardare oltre l’arretrato: una valutazione equa dell’impatto del PNRR sui tribunali italiani
Gli ultimi dati sui tribunali italiani suggeriscono che il PNRR ha prodotto progressi misurabili maggiori di quanto riconoscano i suoi critici. Un analisi di
In un recente paper pubblicato dallo IEP (Institute for European Policymaking) dell’Università Bocconi, due autorevoli economisti, Tito Boeri e Roberto Perotti, sviluppano una articolata e interessante valutazione critica del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).
Secondo i due studiosi, per una serie di argomentate ragioni l’Italia, che è il principale percettore dei finanziamenti del piano europeo Next Generation, rischia di finire il periodo del PNRR, quest’anno, “più indebitata rispetto a prima e senza avere risolto le sue carenze strutturali”.
Queste alcune delle principali critiche rivolte sia al governo italiano – o, meglio, ai governi che si sono succeduti dal 2020 ad oggi (Conte, Draghi e Meloni) – sia alla Commissione europea: una preoccupazione rivolta più a ottenere ingenti finanziamenti e a spendere, che a pianificare strategie; difetti di progettazione a fronte di un piano troppo complesso, anche se rapportato ai tempi di realizzazione; una insufficiente trasparenza nella comunicazione dei dati rilevanti per il monitoraggio; la fissazione di obiettivi irrealistici, spesso soggetti a downgrade con la conseguenza, oggi, di poter presentare come successi risultati che in realtà sarebbero insoddisfacenti.
Il paper si conclude con una pars costruens che, guardando al futuro, contiene riflessioni metodologiche di indubbio interesse per i policymaker.
Il suo nucleo ruota però indubbiamente attorno a una valutazione estremamente critica del PNRR italiano, elaborata prima per linee generali e poi testata su cinque case studies: la giustizia, la scuola, i servizi per l’infanzia, l’housing per gli studenti, la riforma del mercato del lavoro.
In quanto giurista, la mia attenzione è stata catturata dal primo case study, ritenuto dagli autori del paper particolarmente emblematico per supportare le loro tesi.
Ebbene, la mia impressione, supportata dai più recenti dati del monitoraggio statistico degli indicatori PNRR (primo semestre 2025) pubblicati dal ministero della Giustizia, è che la valutazione critica sia condizionata da una selezione molto parziale dei dati. L’impressione che ha chi conosce il percorso di attuazione del PNRR nel settore giustizia è di un cherry picking.
Boeri e Perotti, infatti, concentrano la loro analisi, sostanzialmente, su uno solo degli obiettivi del PNRR nel settore giustizia: l’abbattimento dell’arretrato nel settore civile (del 90% rispetto al 2019), sottolineando come trovi conferma la tesi generale di obiettivi irrealistici da raggiungere, che sono stati modificati in corso d’opera con un downgrade in vista della scadenza del piano nel 2026.
Gli ultimi dati pubblicati dal ministero della Giustizia, se considerati complessivamente, con riferimento cioè a obiettivi diversi e ulteriori rispetto alla riduzione del backlog nel settore civile, sconfessano tuttavia l’affermazione contenuta nel paper secondo la quale e “tutte le misure quantitative dell’efficienza del sistema giudiziario peggiorano durante gli anni del PNRR”. Secondo Boeri e Perotti, “gli interventi nel sistema giudiziario non sembrano finora aver prodotto risultati in termini di esiti misurabili”.
Se questo può in qualche misura essere vero rispetto all’obiettivo della riduzione dell’arretrato nel settore civile, rivelatosi troppo ambizioso e ridefinito, non lo è però senza alcun dubbio rispetto ad altri e non meno rilevanti indicatori dell’efficienza della giustizia, considerati nel PNRR.
Partiamo dal processo penale. L’obiettivo concordato con la Commissione europea, e mai modificato, era quello della riduzione del 25% del disposition time (non del 28%, come indicato nel paper), indicatore rilevante in sede internazionale per misurare la durata media dei procedimenti giudiziari.
Per il settore penale, i dati del primo semestre 2025 continuano ad evidenziare complessivamente un miglioramento rispetto alla baseline 2019, con una variazione del DT nei tre gradi di giudizio pari a -37,8%, che va quindi ben oltre quella richiesta dal target PNRR. La riduzione è osservabile in tutte le fasi del giudizio: -20,1% in prima istanza, -43% nelle corti di appello e -53,6% in Corte di Cassazione.
In alcune sedi, come a Napoli, i risultati sono addirittura clamorosi: il DT nell’appello penale è diminuito dell’84%, passando da 2031 giorni (cinque anni e mezzo) a 324 (meno di un anno).
Quanto al processo civile, l’obiettivo della riduzione del 40% del DT (non del 56%, come indicato nel paper) non è ancora raggiunto ma non è lontanissimo: i dati relativi al primo semestre 2025 segnalano la seguente riduzione rispetto alla baseline 2019: - 27,8% del disposition time totale, con un contributo dei tribunali del -17,6%, delle corti di appello del -28,5% e della Corte di cassazione del -31,7%.
Per quanto riguarda la riduzione dell'arretrato nel settore civile, d'altra parte, non può essere sminuita la sostanziale riduzione che, secondo i dati del ministero della Giustizia, ha portato tra il 2022 e il primo semestre del 2025 a smaltire oltre un milione e mezzo di procedimenti in tribunale e oltre 260 mila in corte d'appello, con soddisfazione dei cittadini e delle imprese che, senza il PNRR, probabilmente sarebbero ancora in attesa di una risposta dalla giustizia.
Sono dati che non possono essere certo trascurati in una valutazione complessiva, se non a rischio di una prospettazione incompleta e quanto meno ingenerosa.
Nel settore giustizia sono stati compiuti sforzi notevoli: non solo con le riforme del processo penale e civile che portano il nome dell’allora ministra, la professoressa Marta Cartabia, e che sono state corrette, attuate e monitorate dal governo Meloni, da oltre tre anni, ma anche con la riorganizzazione del lavoro da parte dei magistrati e degli uffici giudiziari.
Avere ridotto la durata media dei processi penali e civili, rispettivamente, di oltre un terzo e di oltre un quarto rispetto al 2019 è un risultato storico che va riconosciuto, anche agli operatori del settore giustizia (magistrati e personale amministrativo, inclusi i giovani assunti con i fondi del PNRR nell’ufficio per il processo quali ausiliari dei giudici).
Non a caso, nelle relazioni presentate dai vertici della magistratura a gennaio, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, sono stati valorizzati i risultati positivi sul fronte dell’attuazione del PNRR.
Esemplare è, ad esempio, la relazione del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Pietro Gaeta, secondo il quale sono stati realizzati nel sistema giustizia, grazie al PNRR, "obiettivi di efficienza impensabili".
Ed è importante sottolineare, a mio parere, come si tratti di valutazioni importanti per almeno due ragioni: perché vengono dagli operatori del settore e perché si tratta di valutazioni indipendenti rispetto a quelle del governo.
Il rischio nel non riconoscere quel che di buono è stato fatto, sulla spinta del PNRR, è di alimentare una ingiustificata sfiducia nel settore giustizia non riconoscendo i passi avanti che, pur con fatica e non senza problemi, sono stati fatti in questi anni.
Il PNRR ha d’altra parte per la prima volta radicato una nuova cultura dell’efficienza nel servizio giustizia, del dato statistico e del raggiungimento di target quantitativi, che non deve essere dispersa e che sarà forse uno dei lasciti più importanti nel settore giustizia.
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